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sabato 23 gennaio 2010

Mentre gli Usa si battono per Internet, da noi ci si accapiglia per le ferrovie...



Il futuro della libertà è sul web.
E l'Italia è indietro di un secolo

di Federico BrusadelliOrmai è chiaro. Internet è la nuova frontiera. E non solo dello sviluppo tecnologico. La Rete è diventata il campo di battaglia su cui si misurano e si misureranno due mondi diversi, due modi opposti di intendere l’individuo, il sapere, la politica, la società. Il discorso di Hillary Clinton (cui colpevolmente i media italiani non hanno dato il giusto risalto) è un passaggio fondamentale e chiarificatore, in questa battaglia. La Rete libera è un patrimonio dell’umanità, ha detto il segretario di Stato americano. E gli Usa sosterranno la sua diffusione, sempre e comunque. Anzi, sosterranno anche la diffusione di tecniche e programmi che servano ad aggirare la censura di quei paesi che della Rete hanno paura. Una sfida importante, non c’è che dire. Parole che hanno già scatenato le reazione dell’imputato numero 1: Pechino.

I capi del regime cinese hanno risposto dopo meno di 24 ore. «Chiediamo agli Stati Uniti – si legge su una nota del ministero degli Esteri – di rispettare i fatti e smettere di utilizzare la cosiddetta libertà su internet per formulare accuse senza fondamento. Internet in Cina è aperta e siamo il paese più attivo nello sviluppo della rete. Alla fine dell'anno scorso i “netizens” cinesi hanno raggiunto la cifra di 384 milioni e ci sono 3,68 milioni di siti e 180 milioni di blog. Pechino gestisce internet in accordo con le sue leggi e con le pratiche internazionali». Sì, in accordo con le sue leggi sulla libertà di informazione: il problema è proprio questo. Ma la nota continua, con tono minaccioso, per giunta: attenzione, perché adesso i rapporti con gli Usa sono «a rischio».

La Rete è la nuova frontiera della libertà, insomma. E la “battaglia” tra Usa e Cina (ma anche Iran, Uzbekistan, Arabia Saudita, tanto per fare qualche altro esempio) riguarda tutti noi. È una battaglia culturale, politica e umana che non permette di essere semplici spettatori. Bisogna prendere parte, e farlo con decisione. Tutte le dittature hanno paura di Internet. Ergo, dovremmo stare dalla parte del Web, sempre e comunque, senza se e senza ma. Senza tentennamenti o compromessi.

Per questo, per tutto questo, spiace vedere la trascuratezza con cui questa sfida epocale viene accolta, interpretata e commentata in Italia. Il discorso di Hillary Clinton non ha trovato spazio nelle riflessioni dei nostri politici, più propensi a escogitare nuove e contorte soluzioni per limitare la libertà di Internet, per “mettere in sicurezza” i social network e controllare il contenuto dei blog, piuttosto che a garantire, magari, la libertà di accesso alla Rete per tutti i cittadini.

Ma non stupisce: qui in Italia abbiamo un problema, con il futuro. È una malattia ci impedisce di vederle, le nuove frontiere, e di raggiungerle a passo spedito. Ed è una malattia che pare aggravarsi col tempo. D’altronde il nostro dibattito pubblico riesce ancora ad avvitarsi sulla necessità o meno di costruire un inceneritore o una ferrovia: basta pensare all’ultima sortita del leader leghista Umberto Bossi, che con motivazioni da geopolitica medievale, ha spiegato i suoi dubbi sulla necessità della Tav Torino-Lione, perché “quel che serve al Piemonte è il collegamento con la Lombardia”, mica con la Francia e col resto d’Europa!

Insomma, ci sono poche speranze. Il mondo si divide – e, prevedibilmente, si dividerà sempre di più – fra libertà e censura, connessione ed esclusione, accesso e limitazioni. Fra sì-web e  no-web. E intanto noi saremo ancora fermi a sì-Tav o no-Tav. Fermi, senza vergogna, all’Ottocento. A quando ci si interrogava, con allarmismo e preoccupazione, sulla presunta pericolosità delle gallerie ferroviarie. Rischiando, ancora una volta, di perderci per strada.

22 gennaio 2010


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