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lunedì 19 dicembre 2011

Detroit, chiuso per bancarotta


immagine documentoDetroit
Per Detroit è in arrivo il momento decisivo. Ormai lo ammette anche il sindaco David Bing: la città è in bancarotta e ad aprile, come ha confermato anche il gigante dell’auditing Ernst & Young, non rimarrà più un soldo. L’unica soluzione praticabile rimasta sembra essere quella spinta dal governatore dello stato del Michigan Rick Snyder: nominare il così detto emergency financial manager, un tecnocrate con il solo compito di pareggiare il bilancio senza guardare in faccia a niente e nessuno. Tradotto in termini pragmatici saranno per Detroit tempi di drastici tagli all’impiego pubblico, un compito per nulla facile in una città dove il maggior datore di lavoro è il comune stesso, seguito dal governo federale. E saranno proprio quei dipendenti i primi a soffrire le conseguenze dei tagli. Bing ha già annunciato, emergency financial manager o meno, che mille dipendenti saranno mandati a casa prima del prossimo aprile.

C’era una volta Motor city
Il declino di quella che una volta era l’epicentro dell’industria automobilistica americana è ormai una vecchia storia, ma mai come adesso qualsiasi speranza per un futuro migliorabile è stata accantonata. I numeri parlano da sé: secondo l’ultimo censimento, avvenuto nel 2010, dal 2000 la città ha perso il 25 per cento della sua popolazione. Ultimi dati di un trend che fa spavento. Oggi a Detroit abitano 714 mila persone, mentre negli anni Sessanta, nei confini di quella che ancora oggi è nota come la Motor city, risiedevano più di due milioni di abitanti. Sempre secondo il censimento la città oggi si estende per più di 220 chilometri quadrati, un’immensità al cui interno si potrebbero comodamente sistemare le città di San Francisco, Minneapolis e Boston. A Detroit, però, almeno un sessantina di chilometri quadrati sono in completo abbandono.
Il problema di fondo è semplice: la città non è più in grado di sostenersi con le sue sole forze. Secondo le stime dei membri dello stesso consiglio comunale, Detroit perde circa 400mila dollari al giorno.
Anche aumentare le tasse per tentare di tappare i buchi – ed è già stato fatto – non basta più. Il dilemma è che mentre la popolazione negli ultimi decenni è drasticamente diminuita, i costi della città sono rimasti quasi gli stessi. L’estensione, infatti, non è cambiata e dunque le strade da mantenere sono della stessa lunghezza e i costi di mantenimento dei servizi pubblici uguali.

Sessantamila case fantasma
Questione ulteriore è che il valore reale degli immobili è tra i più bassi del paese e in molte aree della città rasenta lo zero.
In ciò che è ormai un circolo vizioso, le tasse che il comune percepisce sulle proprietà sono quasi inesistenti, per cui mancano anche gli investimenti che potrebbero, almeno in modo artificiale, far apprezzare il valore degli immobili. Una delle possibili soluzioni sarebbe di radere al suolo alcune zone e concentrare la popolazione rimanente in altre. Anche questo però risulta troppo costoso perché buttare giù una casa costa intorno ai dieci mila dollari. A Detroit le case abbandonate sono circa 60 mila. Se si moltiplica il dato per diecimila il costo per il comune diventa proibitivo. La conseguenza? Intere aree della città rimangono abitate soltanto da poche famiglie che si ritrovano a vivere in quartieri fantasma. Non sorprende dunque che la Motor city sia la città più povera degli Stati Uniti e che il 32.5 per cento della popolazione – la stragrande maggioranza di colore – viva sotto la soglia di povertà: ovvero, per una famiglia di quattro persone, un reddito annuo inferiore ai sedicimila euro.

La più grande città a fallire
Secondo lo statuto del Michigan nel momento in cui una città dichiara la bancarotta lo stato ha il compito di subentrare e prendere le redini. Ma nonostante il clamore che la notizia ha suscitato in una parte della società civile, la nomina dell’emergency financial manager non è una novità assoluta.
Una forma più moderata di tecnocrate aggiusta-debiti è già stata introdotta in diversi centri urbani minori come Pontiac, dove un tempo veniva costruita la mitica macchina americana, o Flint, città d’origine del pluripremiato regista Michael Moore, ma mai è stata discussa una simile possibilità per una città con un’importanza e una storia come quella di Detroit. E a dirla tutta qualche piccola differenza con i casi precedenti c’è.
Come racconta a Europa Micheal Witty, docente di economia all’Università Mercy di Detroit, «il nuovo emergency financial manager ha poteri draconiani e ha adesso la facoltà di rivedere il contratto collettivo di lavoro senza prendere in considerazione i sindacati che, bisogna sottolineare, hanno già fatto la loro parte e hanno dichiarato che si sobbarcheranno tagli del 10 per cento sullo stipendio dei lavoratori che rappresentano». Non tutti a Detroit sono disposti ad accettare le nuove misure in silenzio.

Il futuro nelle forbici di un tecnocrate
Il centro legale Sugar law, con base nella città, ha già fatto causa al governatore Snyder e portato la questione davanti alla corte d’appello del Michigan accusando la legge di emergenza di essere «inconstituzionale ». Ancora non si sa come il caso si concluderà, ma è più che probabile che la causa di Sugar law non avrà alcun effetto e Detroit in un futuro per nulla lontano si ritroverà un tecnocrate a capo della città.
Almeno nel breve periodo, si annunciano tempi ancora più duri per una città che come poche altre ha rappresentato, nel suo recente passato, il sogno americano. 

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